Last updated: 16-06-2003; 11:50:05

Weblog di Fabio Tinelli Roncalli

Dopo-Enron. Non parlate al controllore

di UGO MATTEI Lo hanno definito «l'11 settembre del capitalismo americano». E, come l'11 settembre vero, il fallimento della Enron ha prodotto leggi d'emergenza e nessun aumento reale della sicurezza. La vicenda del «Sarbanes-Oxley Act», che ha creato un nuovo superorganismo per controllare il capitalismo. A tutt'oggi, senza sede, senza soldi e senza presidente

Il caso Enron costituisce il più clamoroso incidente di percorso del modello neo-americano a partire dal momento del suo imporsi globale, coincidente con la caduta del muro di Berlino ed il trionfo della cosiddetta mondializzazione neo-liberista. A questo shock il sistema ha risposto con una legge, il Sarbanes-Oxley Act, che immancabilmente viene indicata, dagli osservatori colonizzati di casa nostra, come una grande prova della sua vitalità. Vale la pena di guardare le cose più da vicino. Gli Stati uniti hanno esportato nel diritto commerciale di gran parte del mondo un modello fondamentale di società per azioni leggera, vista come un mero rapporto contrattuale fra amministratori, azionisti, revisori, sindaci, creditori, eccetera. Lo scandalo Enron ha dimostrato come la concezione leggera della società per azioni sia affetta da un male molto grave: il conflitto di interessi. Accettate infatti le premesse teoriche del modello americano di diritto societario (che informa la riforma della Spa ideata dall'Ulivo e portata avanti dal Polo), il conflitto di interessi non ha più nulla di etico, ma costituisce una delle tante scelte istituzionali che il modello neo-americano dominante vuole determinate dall'efficienza economica.

Le vicende successive alla promulgazione della nuova legge, avvenuta il 30 luglio dello scorso anno, mostrano come in realtà ben altra medicina sarebbe necessaria per curare il conflitto di interessi, sicché occorrerebbe guardarsi dall'assorbire la propaganda del modello neo-americano. La vicenda Enron trascende i risvolti meramente tecnico giuridici e anche quelli puramente economici, per raggiungere agevolmente la dimensione politica. Ed è proprio questa dimensione che spiega tanto alcune norme penali draconiane contenute nella legge (che commina fino a 25 anni di prigione e 5 milioni di dollari di multa per una varietà di comportamenti di falsa certificazione tutti definiti in modo assai vago) quanto la portata generale di una normativa considerata la più ambiziosa in materia di mercati finanziari dai tempi del New Deal. I paralleli simbolici e spettacolari, capaci di garantire un effetto annuncio che in qualche modo si sperava potesse recuperare la fiducia degli investitori, sono stati cercati con insistenza e proclamati in toni altisonanti dallo stesso Bush e da molti altri esponenti tanto dell'amministrazione quanto della cosiddetta opposizione democratica.

Così come a seguito del crack del '29 nacque la Security Exchange Commission (Sec, la Consob americana) anche oggi si è ricorsi all'istituzionalizzazione di un nuovo organismo di controllo: il «Public Company Accounting Oversight Board». Soffiando via la spolverata retorica prodotta dalle analogie di facciata, le differenze non sfuggono all'osservatore. Il Sarbanes Oaxley è stata una riforma con i caratteri dell'emergenza, poco studiata, ancor meno discussa e negoziata al di fuori dai corridoi del palazzo e anche qui in maniera del tutto frettolosa, consideratane la portata e l'estensione. Un provvedimento di portata molto ampia, sostenuto da un ampia maggioranza bipartisan, e promulgato come reazione ad un'emergenza specifica. Si tratta di uno stile di produzione normativa del tutto nuova per gli Stati uniti, e che trova nella legge istitutiva dell'Home Security Department una nuova clamorosa epifania. Effetti profondi dell'11 settembre.

L'efficacia di tale reazione, che non cambia alla radice i presupposti istituzionali del modello neocapitalistico interamente privatizzato tipico degli Stati uniti, ha raccolto critiche da destra come da sinistra. A destra, tipico è l'atteggiamento del giudice federale Richard Posner che ha descritto Enron come la miglior prova dell'effettivo funzionamento del mercato, capace di individuare ed annientare da solo le società bolla di sapone. In questa prospettiva ultraliberista la nuova legge, come ogni regolamentazione del mercato, sarebbe inutile o dannosa.

A sinistra la critica si articola nel movimento anti-corporate che fa capo da molti anni a Ralph Nader. La legge è censurata perché non crea nessun nuovo diritto azionabile privatamente, sicché il solo meccanismo istituzionale che ha dato prova storica di effettività nei confronti degli interessi forti, l'azione civile, non viene per nulla incentivato. Sul piano tecnico, la legge fa sorgere una gran quantità di dubbi interpretativi, quelli che fanno la fortuna dei grandi studi legali internazionali. La novità considerata più importante è l'istituzione del Public Company Accounting Oversight Board, un organismo, almeno sulla carta, dotato di notevoli poteri di controllo sul processo di revisione e certificazione contabile, il vero brodo di coltura dei conflitti di interesse. Fedele all'ideologia «privatistica» tipica del modello neo-americano, quest'organo non è un'Agenzia del governo federale ma si configura come una non profit corporation. Negli Stati uniti, dopo due decenni di propaganda, tutto il settore pubblico è screditato sicché l'idea di istituire un'apposita magistratura, con le garanzie di indipendenza ed inamovibilità che sono considerate requisiti essenziali dell'indipendenza del giudiziario, non e' stata presa in considerazione. Il nuovo organismo ha il potere di promulgare un codice etico per i revisori, istituire il divieto di ulteriori servizi offerti dal controllore alla controllata, registrare le società di revisione, investigarne i comportamenti, multarle, sospenderle e revisionarle periodicamente. Grazie all'efficace azione della potente lobby dei revisori tuttavia, esso può utilizzare o meno questi poteri secondo discrezione. La partita si sposta quindi al momento dell'implementazione dove decisive diventano la personalità del presidente e la solidità finanziaria dell'organismo.

Su entrambi questi versanti il modello americano ha dimostrato tratti che ben difficilmente giustificano l'ammirazione di cui gode. Sul piano finanziario, il budget trasferito dall' amministrazione alla Sec é stato molto inferiore alle aspettative. La Sec ha già comunicato che, data la situazione, ben difficilmente sarà in grado di far fronte all'effettiva organizzazione del Board, a tutt'oggi senza sede né budget.

La scelta del presidente ha avuto inoltre tutti i caratteri di un intrigo di palazzo. Per settimane era circolata la candidatura di John H. Biggs, il Presidente di Tiia Cref, un fondo pensione. Costui, uno stimato propugnatore dell'«aggressive oversight» (controllo aggressivo) della professione contabile, aveva detto in più sedi che il solo sistema di evitare il conflitto di interessi era quello di una regolamentazione diretta, capace di prevedere la turnazione, il divieto di rendere servizi paralleli all'auditing, e perfino, in prospettiva, lo smembramento secondo sani principi di antitrust. (Oggi le cosiddette big five sono ridotte, dopo la «morte» della Arthur Andersen, ad appena quattro, sicché l'oligopolio è strutturale). In una dichiarazione rilasciata al New York Times, il presidente della Sec Harvey Pitt, un avvocato molto legato alle big five, aveva lasciato intendere di aver preso contatti con Briggs, il quale a sua volta dichiarava di aver già accettato l'incarico. Ventiquattro ore dopo, Pitt e gli altri due esponenti repubblicani della commissione (entrambi legati alla professione contabile), cedendo alle pressioni degli accountants, lasciavano cadere la candidatura Briggs. Il 25 ottobre veniva annunciata la scelta, compiuta dalla sola maggioranza repubblicana, dell'avvocato William H. Webster, un ex giudice federale ed ex presidente (unico nella storia!) prima della Cia e poi dell'Fbi. Questa scelta di un «falco» non fermava le critiche che denunciavano come Webster fosse come privo di qualsiasi esperienza specifica. Webster, tuttavia, di esperienza ne aveva avuta almeno una, come presidente del collegio sindacale di U.S. Technologies, una compagnia semi-insolvente accusata di frode. Per di più, in questa veste, aveva reagito in modo discutibile al rapporto della società di revisione Bdo Seidman che, nell'agosto del 2001, segnalava le irregolarità contabili alla base delle accuse di frode. Aveva licenziato in tronco i revisori, ponendo in essere proprio quel comportamento che determina l'endemica impossibilità per le società di revisione di essere indipendenti: il controllato è cliente del controllore, spesso un ottimo cliente che il controllore non vuole perdere...Tutto ciò era noto a Pitt prima della nomina di Webster. A seguito dell'istituzione di tre commissioni d'inchiesta, la notte successiva alle ultime elezioni di mid term il presidente della Sec si è dimesso. Lo ha seguito a ruota Webster. Oltre al budget e alla sede l'Oversight Board è oggi, ad un anno da Enron, privo persino del presidente. Qualche irriducibile ideologo del libero mercato dirà che si tratta di un'altra eccellente prova del sistema istituzionale statunitense che, con i suoi checks and balances, individua qualunque problema. Un osservatore imparziale noterà l'enorme spreco di risorse istituzionali, e l' evidente vantaggio per la potente lobby dei revisori riuscita non soltanto nell'intento di auto-regolamentarsi ma in quello, più ambizioso, di farlo senza alcun controllo pubblico efficace.

Ugo Mattei è professore ordinario di diritto civile dell'università di Torino e professore di diritto comparato nella University of California, Hastings.





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